Studio sociologico sull’arte de lo rcoje le jie

Novembre non è solo il mese per jire a lu cimiteru a trovà li parendi e a mettese la coscienza a posto. Novembre per il postmezzadro è anche il mese de “lo rcoje le jie”.

Il vecchio mezzadro supplica e a volte costringe la meglio gioventù a seguirlo tra le piante di olive della propria tenuta. Impiegati, avvocati, liberi professionisti, cazzoni e disoccupati per qualche giorno riassaporano i campi e si travestono con le tute più ciaffe “perché in mezzo a li campi ce se smatra”.

Si comincia presto, solitamente nel weekend, e proprio per questo le prestazioni ne risentono: il postmezzadro nel weekend spegne lo cervello, fa baldoria, e rpijasse è veramente dura. Il vecchio mezzadro o il figlio postmezzadro della prim’ora invece zompa come li grilli e se gasa a paccà.

Solitamente la distribuzione attorno alle piante segue un preciso schema gerarchico: il vecchio esperto si arrampica sulle piante, fa lo spericolato, taglia i rami. I più giovani stanno sotto e coi rastrelli tirano via le jie dai rami bassi e portano via le cassette stracolme di olive. Le vecchie, le vergare e le postmezzadre si accontentano di rastrellare i rami caduti dall’alto, facendo lavoro di rifinitura.

Il vecchio su pe la pianta detta i tempi, i giovani sotto arrancano ancora mbriachi de la sera prima, le vergare e le postmezzadre fa le cacce sui vicinati.

La tecnologia viene incontro al postmezzadro, che nel corso degli anni ha abbandonato il rastrello e la raccolta a mano per presentarsi munito di occhiali “para sgrizzi” e “raccogli-oliva-automatico”: una sorta di fucile che ti fa sembrare Terminator e che sfronna le piante a ritmi vertiginosi. Le controindicazioni sono che le olive rria pure a casa de Cristo e un terzo del raccolto è perso, inoltre (conseguenza di questo primo inghippo) il vecchio mezzadro te ccimenta tutto il tempo, rimembrando la fatica e la schiena paccata di quando era giovane.

Finita la raccolta, i più giovani vanno a fare li sverdi al barre co gli amici, lamentando dolori in ogni muscolo. Il vecchio mezzadro invece se ne va al frantoio dove esce fuori il peggio dell’umanità: attese lunghe intere giornate, dormendo abbracciato alle cassette della jia “pe paura che me se le freca”. Prima di tutto ciò, ovviamente, si passa dalla strolleca del paese a fasse scanzà la mmidia e a proteggere il raccolto dagli altri avventori del frantoio. Nel locale tutti fanno gli affabili, ma in realtà sotto sotto si guardano in cagnesco, si sbircia la quantità e qualità della raccolta altrui, si cerca di trattare col proprietario del frantoio sul prezzo al chilo e, soprattutto, si cerca de non fasse nculà. L’importante comunque è fa prima, de più e meglio de Ennio de Scuturellu – stu farabuttu!

Finita questa fase, il vecchio mezzadro redistribuisce in maniera autoritaria “l’oro verde”: metà resta a lui, l’altra metà lo divide coi figli che lo hanno aiutato – i quali, vista l’esigua quantità che gli spetta, ogni anno si ripropongono di “non fare più lla mmazzata”. L’anno successivo (o due anni dopo, dipende) arriva però la chiamata de lu vecchiu, e alla fine il postmezzadro molla la presa e riveste la tuta. E il giro ricomincia.