Studio sociologico sui concorsi pubblici

E fu così che il postmezzadro che non c’ha un pezzu de terra e neanche un padre patrò e nemmeno na cencia de raccomandaziò per stroà mestiere, decide un giorno di affrontare la sfida delle sfide: il congorso pubblico. Chi si iscrive il più delle volte sta co le pezze là lu culu, magari perchè lu patrò ha chiuso la fabbrica abbracciando i suoi dipendenti in lacrime, con frasi tipo “per me sete tutti figli, me sento murì” dopo di che ha aperto un capannò in Macedonia o in Romania.

Altri campano di mestieri più incerti de un ponte tibetano e malgrado si professino socialmidiamenege o uebmaste, alla conta dei fatti non sa do sbatte la testa, ma in compenso vegne qualche torneo a poker. Così, si insegue il mito de lu postarellu, che sarà anche monotono, ma da là non te schioda più manco lu patreternu. Una volta c’erano in concorsoni da migliaia di candidati ma anche de posti. Oggi ci si scanna in 500 per un part time da scopì, pardon operatore ecologico. Spesso il congorso viene convocato da comuni con un migliaio de anime che non hanno mai visto una tale folla manco per la festa del patrono e l’unico posto per farli bboccare tutti è la palestra comunale dove resiste ancora il tappetino in linoleum. Il problema è dove farli mette a sedè perchè te serve 500 banchi, capita allora che ci si arrangi co le tavolacce de legno doprate per la sagra dell’oca arrosto.

Il congorso pubblico è studiato per saggiare sin dall’inizio la tua resistenza psicofisica. La prova non è quella che ti mettono sul foglio dove devi risponne a li quizze o fare un tema, la prova è rmanè sanu de mente dall’inizio alla fine. Infatti per farcela non devi solo indovinà le risposte. Devi sopravvivere nell’ordine:

Ala prova convocata per un’ora, ma che comincia un’ora dopo
A un’ulteriore ora per segnatte su lu registru dove nel 97% dei casi il tipo o la tipa che sta lì sta furminatu. Com’è che si chiama lei? “Rossi” “Rossi rossi rossi, vediamo un po’, ma com’è che non lo trovo?” “Forse perchè stai a cercà su la P?” “Ah, che sbadato, ha ragione” e dopo che glielo fai notà va arrete e te cerca su la M, allora te chiedi perchè devi fa tre scritti e l’orale per un lavoru demmerda mentre ci sta chi fa lu dirigente e fa fatica coll’alfabeto.
La prova è convocata e tu te metti a sedè, quasi sempre chi te sta accanto emana na puzza de cadavere in principio de putrefazione. In questo limbo aspetti ancora un tempo indeterminato senza sapè che cazzu stai spettenne
Lu presidende della commissione legge il regolamento e pensa de avecce a che fà con un esercito de ritardati. “Allora, per ogni domanda avete tre risposte, c’è la A, poi c’è la B e poi c’è la C, voi fate una X su quella che vi sembra giusta, ok? Non su quella sbagliata, su quella giusta. Una X, due stanghette, non una stanghetta sola, mi raccomando. Prima però nell’altro foglietto scrivete il nome e poi anche il cognome, tutti e due, poi lo chiudete nella busta. Provate un po’? Ce la fate a piegare il foglietto? Ce la fate a chiudere la busta? Bene, quando avete finito potete consegnare”. Peccato, io quando finisco te volio piglià a badilate su la schiena ma se me dici che devo consegnà, pazienza.

In genere i concorsisti si guardano in cagnesco prima di entrare. D’altra parte se ci sta 500 persò per un postu, mors tua vita mea. Poi la condivisione di questa drammatica esperienza porta via via a solidarizzare. Si inizia di solito da “Ma io e te non ci siamo già visti al congorso per l’anagrafe a San Petrulonio mbestato?” “No, io ho fatto quello da scupì a Roccacannuccia, tu ci stavi?”. La conversazione termina da prassi con la fatidica domanda: hai studiato? E tutti rispondono “ma vanne, ce provo ma non saccio cò” mentre dalla borsa spuntano 826 pagine di appunti accuratamente fascicolati per argomenti, ormai ingialliti perchè è il ventesimo concorso.

Immancabile ai congorsi è la figura de lu capisciò che se dà un tono. “Oggi per caso mi si sono combinate un paio di ore libere e sono venuto, speriamo di far presto che ho un sacco di impegni non ti fai un’idea. Poi domani devo andare a Milano che con l’azienda dobbiamo chiudere un affare veramente grosso”. Embè co tutte ste masciate che c’hai da fa, stai a fa lu congorsu per vigile urbano a Montepiducchio? E lete de li coglioni va.
Parimenti spocchiosa è la tipa metropolitana. E’ quella che te guarda dall’alto in basso e generalmente, in un poco convincente accento similmilanese, sbuffa: “Sì va bè ragazzi ma che organizzazione è? Io ho fatto concorsi nelle città che contano, un’altra storia dai, un altro livello”. E pure quessa dopo che ha jirato il mondo sta sempre a fa lu congorsu a Montepiducchio, e cala da ssa pianta cocca.
Quasi sempre c’è il complottista. A un certo punto passa qualcuno e lui sibila cargu de rancore: “Essela, ssa troia, quessa è quella che deve vegne” “Esselu, lu figliu dell’assessore, ssu raccomannatu, tanto è già tutto deciso”. Che poi il motivo per cui continui a fa concorsi nonostante sia tutto già scritto non s’è capito.

Il mio amico Valterone era una specie a parte nella fauna dei concorsisti. Lui la fatiga ce l’aveva già, ma quando ce n’era qualcuno nei paraggi ce se pigliava na mezza jornata de ferie per partecipà. No, non cercava de cambià mestiere, aveva aspirazioni più alte. In una parola, se presentava pe la fregna. Arrivava con ampio anticipo e attaccava bottò co qualche celletta nei paraggi, che rassicurava prima di iniziare e consolava dopo la fine della prova ripetendole dolcemente cose tipo “ma no, non è vero che non sai un gazzu, io lo vedo che sei una brava ragazza e ti meriti di vingere”. Credo che nessuna gliel’ha mai mollata. In compenso a forza de fa concorsi alla fine s’è fatto na cultura e na ota ha vinto. Non avrà scopato, ma addè sta a tempo indeterminato. “Che cosa sia meglio è oscuro a tutti tranne che a Dio” direbbe Socrate.