Li gonfiabili pe li frichi

Nell’era in cui i bambini devono giocare in totale sicurezza, in un mondo privo di spigoli vivi, muri bucciati e vrecciolì (insomma di tutto ciò con cui è venuta grossa la generazione di chi vi scrive), si sono diffusi a macchia d’olio degli strumenti pensati da lo demonio in persona: li gonfiabili pe li frichi. Queste monumentali attrezzature troneggiano ormai in qualsiasi festa de paese, piazza, notte vianga o anche semplicemente compleanno de qualche figliu de patrò che vuole sfoggiare la propria potenza economica in faccia a li genitori poracci degli altri bimbi.

Sono nati per far posteggiare le creature al riparo da ogni pericolo, in un mondo tutto colorato e morbidoso, al grido di “la sigurezza dei nosdri figli prima di tutto”. All’atto pratico, è meno rischioso se li frichi li fai jocà a pallò in mezzo all’autostrada. Perchè i gonfiabili saranno pure morbidi, ma capocce, ginocchia e gomiti no e siccome se mmucchia de media 10 nanerottoli per metro quadro, le botte se spreca. Dentro un gonfiabile gli amorevoli cuccioli vivono in una dimensione parallela e si estraniano dalla realtà. Insomma, tipo il Parlamento, però per bambini. Vige la legge della giungla, sopravvive il più forte, o lu più birbu.

Immancabile è la vasca delle pallette, dove per legge ce sta sempre un cecchino che roppe li coglioni e piglia li più piccoli a pallettate. L’emulazione è immediata e nasce una scontro fratricida dove ognuno tira pallate su li denti a un suo simile. Si va in pausa, ma solo per pochi secondi, al primo che sanguina o se ccora de piagne. I gonfiabili offrono un’infinità di varianti: ring tipo wrestling, birilli giganti da usare come punching ball, tunnel e altri attrezzi, ma un must è il castello gommoso con uno scivolo alto tipo sette metri. I piccoli salgono su una specie di scalinata, sempre colorata e morbidosa. In un tripudio de piedi in faccia, frichi grossi che passa sopra le teste, gomitate alla giugulare e schiaffi alla Bud Spencer i cuccioli guadagnano la cima del gonfiabile per poi tuffarsi facendo a sportellate. C’è una sola regola di sopravvivenza: non fermarsi, sennò la folla de piccoli indemoniati te scapota e te pista come na cartaccia.

Ma il vero spettacolo non sono i bimbi che si fracassano tibie e zigomi, quanto i genitori che aspettano fuori. Quella che soffre de più è la madre apprensiva. Sta lì e cerca la frica in mezzo al groviglio con la fronte imperlata di sudore gelido. Col corpo è presente, ma col pensiero già si vede sull’eliambulanza. Guarda la vella de mamma che se scapriola, emettendo versi tra preghiera e imprecazione tipo “oh jesumadonna addè me la mmazza”.

C’è il papà che invece vede quest’esperienza come una scuola di vita. Lu figliu è lu più tontu de tutti e rlea come non ci fosse un domani, ma lui lo esorta a non mollare: “Ma che te piagni, daje un papagnò a llu vruttu!” De solito spunta lu padre de ‘lu vruttu’ che se ncazza. “Aoh, a chi è che devi dà un papagnò? Proa a toccallu a Kevinne”. “A Kevinne ce vò che je nzegni l’educaziò frà, mica po’ tordà a tutti”. Allora l’altro padre fa finta de sgridà lu figliu con voce tonante: “Cheviii, fà piano che c’è i vimbi piccoli”. Sotto sotto, però, è orgogliosu perchè lu vellu de vabbo commanna.

Lo sport nazionale comunque è ccimentà li frichi più grossi, che tra un po’ je cresce la barba ma ancora sta là mezzo. “C’hai l’età per pensà a la fregna e ancora fai lu critinu su li gonfiavili” urla un padre a un fricu grossu dopo 27 pedate su li reni de lu figliu. “Aoh, moru, se Salvini rmette lu serviziu militare tu fra 6 mesi parti, t’è rmasto poco da fa lu sverdu!” ammonisce un altro. C’è poi il genitore che fa causa. E’ impassibile, non si innervosisce e non alza mai la voce. Fa parte del personaggio che deve dà a tutti l’impressiò che ce capisce. “Io non dico cò, se Vrenda se fa male chi paga? Una bella denungia non ve la lea gnisciù”

Immancabili le nonne che rogneca: “Io voglio sapè solo do sta li genitori de ssi teppisti. Li lascia là dentro e se va a fa li cazzi loro”. In effetti il gonfiabile è un parcheggio ideale per le famiglie che vole respirà mmoccò. De solito passa un par d’ore e dopo passeggiata, giro per negozi e aperitivo, è lu padre che li va a rpijà, preceduto da rutti al profumo di Campari. “Geson, è ora de jì a casa, mica posso sta sempre arreto a te! Forza”. Geson tira na pallettata pure a lu padre che lo artiglia da la gabbia de le pallette e ricambia con una generosa zampata. La jornata finisce qua, sempre se lu fricu se stroa le scarpe che s’ha cacciato prima de tuffasse nel mondo gommoso. Altrimendi volano li peccati e la madre se guasta: “Cinguanda euro le so pagate lle scarpe, caru c’è costatu ss’aperitivo porcamadoro”.