Il postmezzadro e il Fantacalcio

Quando l’estate sfuma e la bestemmia ricomincia a tuonare alta nel cielo perchè sono finite le ferie, quando i selfie nel Salendo ormai si perdono nei ricordi e la voce de lu patrò torna a risuonare negli incubi notturni, ecco, solo allora, nel cuore dell’uomo, i culi occhiati al mare e le birre gelate sotto lo chalet cedono il passo all’unico grande amore. Lu pallò. E’ ricominciato il campionato, sabato pomeriggio avrete notato l’insolita fretta del postmezzadro in spiaggia che verso le 5 di pomeriggio iniziava a scalpitare, accampando scuse con la moglie per rincasare prima, tipo “ogghi lu sole m’ha gnuccato” o “stu cazzu de ventu me fa venì la sabbia sull’occhi”. In realtà aveva solo urgenza di piazzarsi davanti a la televisiò per non perdersi la prima partita di Grisdiano Ronaldo.

Ebbene, all’inizio della serie A si accompagna una malattia contagiosa che occupa tutti i pensieri dell’uomo: l’asta del Fantacalcio. Un virus iniziato dalla metà degli anni 90 senza il quale quasi ogni bipede maschio fatica a trovare un senso alla lunga stagione invernale. Il momento clou della stagione è proprio l’asta, una rude serata tra gruppetti di invasati di 6, 8 o 10 persone che in una notte senza esclusione di colpi compongono le squadre che li faranno imprecare per i successivi 9 mesi. L’asta si svolge di norma prima dell’inizio del gambionado, ma sempre più spesso si sposta dopo la prima o la seconda giornata, dato che alcuni partecipanti in quei giorni stanno con le palle a mollo in qualche angolo del mondo. Per giunta è sempre meglio aspettare che finisca il calciomergato, sennò tu te combri unu e lu paghi un rene, quillu te va a jocà in Spagna e tu te la pigli ingiustamente con nostro Signore. Nelle ore che precedono il fatidico momento, col giocatore del Fandacalcio non ce se commatte perchè deve da studià le strategie, non je poi roppe li coglioni, c’ha da ragionà su quanto spenne pe li difensori e si strugge al pensiero che qualche infame avversario gli possa strappare il giovane talento dell’Emboli che lui si vuole accaparrare per quattro spicci.

Per essere omologato come vero Fandagalcio postmezzadrile, l’asta deve svolgersi in un locale adeguato. Del tutto inadatte le case ben arredate con tavoli de cristallo e ariose pareti a vetri. Si fanno preferire pulciosi appartamenti con arredi anni 50, Madonne e Patre Pio sulla credenza, e la televisione Mivar o Nordmende sullo sfondo. Ancora meglio, per chi ne dispone, le buone vecchie botteghe da lavoro che puzzano di mastice e pellame, accomodandosi su sedie, panche e sgabelli rigorosamente scompagni per altezza e dimensioni. Il tutto va innaffiato con un cartone di birra a basso costo e ciotole de patate aperte da settimane che te llappa la bocca. E’ buona norma che il padrone di casa metta in tavola un paglio de fiaschi de vì de lu contadì e una bottiglia di liquore appena riportata dalla vacanza. Ci si fa sempre un selfie con sorrisi falsi prima de comincià, non fai a tempo a pubblicarlo su feisbuc che già è iniziata una rissa tipo riunione di condominio de Fantozzi. Il ruolo più ostico spetta al battitore d’asta, che verrà bersagliato di insulti e spesso dal lancio di oggetti contundenti per il conteggio troppo veloce o troppo lento. “Testadecazzu sono offerto io 35 per Naingolà, non sci sendito?” “Non roppe li coglioni, 34 unoduettre aggiudicato, sputasango” risponde garbato il rivale. All’asta chi c’ha moglie e figli è inconfondibile. C’ha fuga de comincià e de finì perchè sa che a na cert’ora qualcuno se lu nchiappetta. Intorno alle 23.30 cominciano i messaggi: “Quanto c’hai ancora? Sci finito a fa lo sciapo?” Lui risponde telegrafico: “Arrivo”. Dopo mezzora sta ancora là e squilla il telefono con l’ordine perentorio di rientro, spesso accompagnato da millantati malori de lu fricu. Lui allora, proprio nel momento dell’asta cruciale per gli attaccanti, se ne compra 4 totalmente a caso, implorando “e daje vastardi, non me rilangete, devo jì via”.

Nel gruppo c’è sempre uno che non c’ha durmito la notte per studià le schede de tutti i giocatori del mondo e custodisce i suoi dossier in un riservatissimo computer che tiene al riparo da sguardi indiscreti. Per tutta la serata si chiude in un silenzio monacale, che rompe solo per partecipare all’asta dei calciatori che gli interessano. Gli fa da contraltare il giocatore che pare capitato là per caso. Non c’ha na penna, non c’ha un fogliu per scrie, ha strappato dal barre, appena prima di arrivare, la pagina della Gazzetta con l’elenco dei giocatori, appiccicaticcia de Averna e Varnelli; chiede ripetutamente nel corso della serata cose tipo: “Ma co chi cazzu joca quistu? Non sapio che jocava a pallò”. In genere si ubriaca e compra gente a cazzo in modo del tutto inconsapevole. Frequentemente alla fine vince ed è giusto così, perchè chi se piglia poco sul serio c’ha sempre na marcia in più.

La lunga serata finisce col giocatore postmezzadro brillo, sudato come se avesse jocato, che c’ha voglia de chiama’ qualcuno alle 2 de notte per chiede un’opinione sui suoi acquisti, ma poi sorseggiando l’ultima birra rilegge la sua squadra e ruttando commenta: “Anche st’anno so fatto na squadra demmerda”.

PS: Grazie a Vittorio Olivieri che ci ha dedicato la sua squadra, che vedete nella foto in copertina, ispirando indirettamente la marea de cazzate che avete appena letto