Il capodanno postmezzadrile

Ognuno di noi conserva ricordi ad alto tasso di postmezzadria e perdita della dignità legati alla notte di San Silvestro. E’ l’evento dell’anno, non si può proprio mancare. C’è chi lo prepara con mesi di anticipo e chi ti assalterebbe la giugulare quando gli chiedi: “Che fai a capodanno?” e per risposta bofonchia un “Boh, ma a me che me ne frega, se era per me, me ne javo a durmì a le 10”.
L’ultimo dell’anno si può dividere in tre tipologie più una.

A CASA
Ma sì, basta una buona compagnia, tanto magnà, la tv su Rai Uno alle 23.59 per il conto alla rovescia con la bottiglia in mano, e poi pokerino, mercante in fiera, bestia, stoppa e nei casi più tristi, la fatidica tombolata. Lo sconosciuto a tavola e dice “non ce saccio fare, come se joca?” quasi sempre a fine serata te se porta via pure le mutanne, ovviamente rosce. Per l’occasione porti vino di un certo livello, mica na robba da mette su li termosifoni. Accade allora che lo consegni tronfio al padrone di casa che ti risponde cose come “Amarone… Ah, grazie, io non bevo i liquori ma a qualcuno piacerà”. 50 euri de buttiglia, che te pijesse na paralisi.

In ogni compagnia che si rispetti c’è un appassionato de spari. Niente di paragonabile a quello che avveniva 20 anni fa, quando ogni ragazzo portava in saccoccia una scatola di Zeus o Magnum e in ogni terrazza si dava sfoggio di grandeur tra fontane, girelle e missili adagiati nella bottiglia de vetro appena scolata. Poi hanno iniziato i divieti, s’è moltiplicati li nazianimalisti che te urla “a lle pore vestiolette non ci penza gnisciuuuù?” ma soprattutto è finiti li quatrì, così lu sparò de capodanno è ormai una specie protetta.
Un grande classico è il fine anno a casa in montagna. Chi ne possiede una, (nelle Marche zozze il must è Sassotetto), è la gallina dalle uova d’oro. Le comitive particolarmente organizzate, capeggiate dal Filini della situazione, ne prenotano una a inizio autunno, contratto de 15 jorni per passarci una serata.
In epoca tardoadolescenziale tendente ai 20 anni ce usava mette a ferro e fuoco una casa libera, in genere seconda residenza in campagna de un figlio de patrò, o abitazione lasciata libera dalla nonna finita all’ospizio. Bei tempi, ognuno porta qualcosa, qualche mamma manna un callà de lenticchie e zampone per sfamà na caserma. Il menu è generalmente minimale perchè non c’è un cà che sa cucinà, diffuse le tartine con salsa tonnata, un must le pennette al salmone, per il secondo la speranza è un camì acceso, almeno butti su a rrostà qualunque cosa. Spesa all’Eurospin: 1-2 bottiglie d’acqua, 1-2 di Coca Cola, 30 galloni di birra, damigiane de vì imbevibile, pioggia de superalcolici petrolchimici, spumante Cinzano. Un terzo degli ospiti non arriva cosciente alla mezzanotte, se spara 3 bicchieri a stomaco vuoto e ciaone. Le coppiette cercano di appartarsi senza fa li conti con l’amico spaiato, che irrompe cercando qualcuno per fasse un Pampero e pera o ti delizia ingurgitando gin e vodka contemporaneamente. Il massimo del degrado intorno alle 4 del mattino, quando qualche anima persa caracolla per casa magnenne panettone co na fetta de mortatella.

AL RISTORANTE
Il capodanno più tradizionale che c’è. Hai solo l’imbarazzo della scelta, perchè quello che non strozza ngrassa e qualunque locale ti propone il cenone delle meraviglie. Il menu può variare dalle 10 parole alle 4 pagine. Un vero postmezzadro dovrebbe recarsi dove se parla come se magna, vale a dire: antipasto della tradizione, cannoli, tagliatelle, lenticchie, arrosto misto, fritto misto, vino, dolce. Ma oramai è dilagata l’usanza di scrivere lenzuolate che te dole la testa solo pe rrià a legge lu secondu. Patè di fagiano in crosta di pistacchio con cipolle caramellate allo zenzero su letto di borlotti della Patagonia aromatizzati al profumo di mosto indiano, purea di fave de lu cazzu che te se freca e polvere di tartufo. Tu non capisci che gorbu se magna, ma pensi: “E’ raffinatu, jemo a fa li signori”. Poi una volta a tavola, di fronte alle porzioni misurate, non farai mancare la doverosa battuta al cameriere “Aoh, ad è cotta, la poi caccià”. Spesso si sceglie una meta in culo ai lupi, raccomandata dall’amico gourmet che ce capisce. Finisci in un locale a 12 chilometri di curve dagli ultimi segni di civiltà, col Tomtom che se sgancia e se butta da lu finestrì. Con la mezza tacca di linea che rimane chiami l’amico per farti indicare la strada. “Ma come non trovi? E’ facilissimo! Esci dalla provinciale all’altezza di una grossa cerqua, prendi la discesa, giri a zzzzz… crrrr…. poi di nuovo al tornante a sinistra e il bivio a ffffrrrr….. scccccc…. capito? Ora vado che devo salutare una persona. Forza che qui si inizia!” Arrivi a destinazione spinto esclusivamente dalla voglia de daje na testata in mezzo agli occhi.

Per il 31 dicembre, come dimostrano gli studi di Confcommercio, si vende l’80% delle paillettes che vengono prodotte in un anno in Italia. Bisogna sbrilluccicà. Gli esempi più luminosi sono le maglie scollate delle signore, addobbate con capi scintillanti che fanno perfettamente pendant con le architetture allestite in testa, voluminosi accrocchi che se poco poco se magna checcosa de flambato, lu cameriere le ppiccia come na torcia.
Ma non si vive di solo magnare e il 31 non può mancare un po’ di museeeeca. Migliaia di emuli del maestro Canello tengono banco in ogni locale della nazione. Ogni cantante o band comincia con il suo repertorio, chi swing, chi rock, chi elettronico. Poi si degenera. A un capodanno trovai un gruppo niente male, iniziò con David Bowie e terminò la serata urlando “Su di noooi, nemmeno una nuvolaaaa”. Tanto jira jira, sempre che se va a finì co brigittebardòbardò, perchè il popolo è satollo, alticcio e deve fa lu treninu.

IN DISCOTECA
Chi non l’ha fatto almeno una volta nella vita? Se non vai a ballà la notte de San Silvestro, quando cazzu ce vai? Hai due opzioni. Cena e dopocena nello stesso locale, oppure direttamente raggiungere la pista in terza serata, dopo aver brindato all’anno nuovo da qualche altra parte. In entrambi i casi si rischia moltissimo. Ai cenoni in discoteca io ne ho viste cose che se l’androide de Blade Runner stava con me se saria vergognato a raccontalle. Risotti nzegati, gnocchi annegati in una crema non meglio identificata, ariste scunnite spacciate per capolavori d’alta cucina. Fino alle 23 la disorganizzazione regna sovrana e al massimo t’è rriato un cestino de pà e un po’ de prisuttu, o insalatina di mare in caso de menu di pesce. Poi, all’improvviso, ci si accorge che il tempo stringe. Ritmo ritmo! Li camerieri te passa a magnà co l’imbuto, volano fiamminghe come fresbee, tu vai a pisciare che aspetti il primo, torni e stanno sparecchiando il secondo. A mezzanotte in punto si serve il brindisi, appena finito il countdown ti alzi con lo sciampagnino in mano per il tradizionale giro di auguri. A mezzanotte e tre torni a sedè ma la sedia non ci sta più, te s’ha portato via pure lu telefonì, sparecchiato insieme alla fiamminga dell’arista. Ritmo ritmo che inizia il dopocena. Fuor da li coglioni che si deve da ballare, non è che per 90 euri c’hai diritto de sta a sedè finchè te pare, de sciò mas go on.
Così arrivano frotte di ggiovani, quelli che prima hanno cenato a casa di amici e puzzano come distillerie. Si presentano a maniche corte, camicie strizzate o minigonne ascellari, li giubbotti li lasciano in macchina, tanto nelle vene c’hanno più nafta che sangue.

LA PIAZZA
Dopo anni di rotazione tra le tre tipologie di cui sopra matura l’esigenza di fare qualcosa di diverso. E’ la volta buona che ti butti sul capodanno in qualche capitale europea o grande città. Lo fai sapere orgogliosamente a chiunque che quest’anno parti, “no come voatri contadì che ve facete rubbà li sordi su li locali”. Fai cena con un tranciu de pizza, che se stai all’estero te la raccomanno, oppure ti butti nell’ultima bettola nascosta in un vicolo, prosegui sfondandoti di punch o similari per resistere al freddo, acquisti da un abusivo ammennicoli come cappellini ridicoli e orecchie luminose, ti butti nella mischia di qualche concertone e ammazzi la serata in un locale a caso.

CONCLUSIONI
Caratteristica fondamentale dell’ultimo dell’anno è l’insoddisfazione del giorno dopo. Lo hai aspettato così tanto, pregustato, immaginato, che quando è passato dici: “Embè, tutto qua?” E tu che te pensavi de scapotà le montagne e passare una notte da leoni, ti svegli tale e quale, in più c’hai solo un grosso mal de testa. E allora, malinconico, prometti a te stesso: “N’atranno cambia tutto, n’atranno vaco da n’atra parte”. Se si stato fòri, dirai “n’atranno rmango a casa”. Se si statu a casa, dici “tutti è partiti e l’unicu stronzu so rmastu io”. Se si stato in un locale, “Non me rvedete più, me sete ngulato li quatrì”. Quando invece dici “Aoh, semo stati vè, l’anno prossimo ce rvenemo”, c’ho una notizia per te: vor dì che te cuminci a nvecchià.

Se sci fatto la fatiga de rrià fino a la fine se vede che lo sciapo che scriemo te piace. Questo racconto lo semo pubblicato un anno fa nel nostro primo libbro Studi sociologici. Se non vuoi spettà na quaresima e te ne va de legge qualche atra fregnaccia inedita, puoi ordinare il nostro secondo libbro qui.