Fatighete per daero?

Ormai l’estate è proprio finita, li sgrulli de pioe del weekend lo confermano, e tutti quanti, anche quelli delle vacanze di fine stagione, siete tornati a fatigare. Ma il punto è proprio questo: fatighete per daero? Perchè secondo la rude ed essenziale mentalità postmezzadrile, per chiamà “fatiga” parecchi mestieri, specie certe robbe moderne de quelle che devi doprare lu combiute, ce vole coraggio. Detto questo, ci pare giusto approfondire alcune professioni che secondo il postmezzadro tipo non meritano di essere definite un vero lavoro.

Il pubblicitario. Per brevità non stiamo a distinguere tra le varie figure che rientrano nella categoria, tanto c’ha tutti nomi strani ma in realtà non fatiga gnisciù de tanti. Il postmezzadro si rivolge all’agenzia dicendo cose tipo “sete voi che fate la reclame?” e già lì si capisce che non sta per arrivare un cazzo di buono. Poi aggiunge: “Me raccomanno, partemo addè e non potemo spenne“, il che è già un ottimo viatico. Il tutto, situ internette, manifesti, un logo nuovo pe la fabbrichetta o lu ristorande, je serve il più delle ote per la matina dopo. “E quanto ve ce vole, tando fa tutto lu combiute” insiste il cliente.
Il postmezzadro si presenta così dal grafico ed a volte arriva tutto tronfio perchè c’ha già un’idea portentosa. Porge la pennetta usb e dice: “Toh, sono fatto già tutto io perchè saccio doprare Paint, và che robbetta. Te so sparagnato la fatiga e te ce pago pure”.
Dopo che il grafico si converte al politeismo per poter bestemmiare di più, rcumincia da capo e gli presenta il suo lavoro, che il postmezzadro guarderà con fare perplesso per poi bisbigliare: “Mmm, carino…” La prima obiezione nel 99,9% dei casi è: “Ma lu marchiu non è troppo piccolu? Ngrossa mmoccò. Pure la scritta non se legge, falla più nnerta“.
Il lavoro viene miracolosamente portato a termine. In omaggio il postmezzadro porta la foto de lla pora nonna per fare lu sandinu e chiede se co lu combiute si puole levare la Centoventisette sullo sfondo.

Il videomaker: sognava di fare il regista a Holliwood, ma sbarca il lunario facendo i filmini di matrimonio e riprendendo le abituali scene di degrado che si ripetono ad ogni sposaliziu. Anche il suo mestiere è avaro di gratificazioni. Ad esempio gli capita di essere contattato da un venditore di album per comunioni e matrimoni perché “fa li video o fa le foto… che differenza fa?! Se me te piji quilli co la copertina de mogano te faccio lo sconto del 10%, sempre se na parte me la dai a nero”. Oppure è costretto a montare le famigerate “intervishte doppie” pe li spusi, girate ovviamente in verticale dai loro amici co li cellulari cinesi.

Il giornalista: non vorremo veramente chiamà fatiga lo scrie quattro fregnacce su lu giornale de provincia, vero? In genere gli vengono rivolte frasi tipo: “ma oltre a scrivere lo sciapo lavori anche?” In effetti è generalmente pagato poco meno di un bracciante del Tavoliere delle Puglie, nonostante vada currenne come un mattu ogni ota che sona na sirena dell’ambulanza per vede chi s’è sconocchiatu sulla Statale o su la Falerienze. Fino a un decennio fa la sua professione godeva quanto meno di rispetto sociale, poi si fecero strada le nuove generazioni pratiche dei social, gente scafata che le puttanate non se le beve. Così il giornalista de paese viene additato come cazzaro o servo del potere (dove il potere in genere è rappresentato da lu presidente de la Pro Loco, robba de alta massoneria). Gli accusatori sono ovviamenti gli stessi che poi prendono per buona e condividono tutta la mmerda dei siti tipo Corriere del Mattino o del Corsaro.

Il musicista: quando gli chiedono “che fai nella vita” è tentato di rispondere “lo spacciatore”, perchè sa che riscuoterebbe maggiore rispetto. Invece sceglie la sincerità e sottovoce dice: il musicista. Il postmezzadro strabuzza gli occhi e precisa: “No, non sei capito. Dicìo de lavoro, che fai?” “Il musicista – insiste lui – Sono diplomato al conservatorio, insegno in una scuola di musica e suono in un gruppo per arrotondare”. Il postmezzadro lo guarda con commiserazione e di solito ha uno slancio di generosità. “C’ajo un vicinatu che là la fabbrica je serve unu che caccia le vollette. Se vòi te ce parlo, almeno fai checcò. L’importante è che non te troghi, non me fa fà le figuracce”.

L’insegnante: in passato veniva guardato/a con riverenza. In fondo gli passava per le mani la formazione dei suoi figli e il genitore si presentava ai colloqui con rispetto e col cappello in mano. Poi arrivarono i postmezzadri di seconda generazione, quelli che hanno studiato all’università della vita e che non c’hanno proprio cosa da imparare da sti capisciotti cattedratici. A loro non va proprio giù che questi lavativi si pappino 12 mesi di stipendio nonostante stiano col culo al sole per tutta l’estate. “Ve farrio fatigà pure a vuà, no che sguazzete da giugno a settembre”. Difendono il pargolo sempre e comunque, contro ogni evidenza. Peraltro il figliolo mosta sin da piccolo eccellenti chances di diventare un ergastolano. Ruggiscono contro la maestra o professoressa cose come: “Perchè sei messo 4 a Dennise, lu compitu era perfettu, stupetotta!” “La nota la metti a un atru, no a Jeson, che a casa è un angelu, se fa confusciò è perchè se vede che non sai fa scola”.