Era meglio quando era peggio?

“Era meglio quando era pegghio”. Quante volte la semo sentita, detta, pensata? E’ la frase cardine del popolo postmezzadro e di una repubblica fondata sulla nostalgia. Al postmezzadro non je sta vene co’, non perchè spera in qualcosa de meglio, ma perchè rimpiange quello che c’era prima. Per questo “era meglio quando era pegghio”, frase che suscita unanimi cenni di approvazione co la capoccia. E’ una verità assoluta, non si puole che concordare. Se poi qualcuno chiede perchè, la risposta è perentoria: “perchè lo troppo nòce come lo poco”. La verità è che il cambiamento non ce piace. Ce attraversa, forse, ma non ce sposta. Rmanemo nei secoli dei secoli a tenecce la strada vecchia, a lamentacce che non va vè, ma non per migliorarla, solo per dì “Aoh, ma te ricordi com’era prima?”

E allora diciamolo una volta per tutte: com’era prima? E perchè era meglio?
Questi sono i dieci comandamenti dell'”Era meglio quando”:
1 – Prima c’era la Lira. L’Euro, je pijesse un gorbu, c’ha ruinato
2 – Prima non c’era tutto sso sciapo. Li smartfon, li tavlet, li social. Se pensava a le cose serie
3 – Prima li giovani se rvistia a modu. Li vardasci non java in jiro co le caze calate e le chiappe de fò, le femmene se conciava da timorate de Dio
4 – Prima se java a penziò a 50 anni, addè a 70, la prossima generazione jarà a fatigà pure su na seja a rotelle
5 – Prima se putia fa lo nero senza rischià l’osso de lu collu, l’Italia c’è jita avanti per decenni e se stava meglio tutti quandi
6 – Prima ce se guardava su la faccia, no come addè che ce se parla solo co lu combiute
7 – Prima c’era più rispetto, pe li ecchi, li genitori e li professori
8 – Prima c’era da fatigà per tutti e si capiva che mestiere facìa le persò. Tagliatore, medicu, orlatrice, sarta, maestro, ingegnere, geometra, fruttarolo, barbiere. Addè chiedi a un giovane che mestiere fa e te risponne cose come accaunt, reteil, uebmaste, ardirector, eirstailist. Non ci si capisce cosa.
9 – Prima se putia costruì, tonnellate de cemento a perdita d’occhio. No come addè che anche se fai na cuccia per lu cà te dice che c’è impatto ambientale
10 – Prima c’era meno cose, ma ce se contentava de poco.

Insomma, il progresso ci doveva rendere più colti, più aperti, più ricchi. Invece ce semo tecnologizzati e al contempo imbarbariti. Ieri, per dire, era Capodanno. Su la televisiò Mivar de nonna, come da decenni, cascasse il mondo, si è accompagnato il pranzo col Concerto di capodanno di Vienna su Rai 2. E nonna, che ha fatto la quinta elementare, lo segue attenta minuto per minuto, poi aspetta con ansia il gran finale, la Marcia di Radetzky di Strauss, che accompagna canticchiando “Parapà-parapà-parapà-pa-pa Parapà-parapà-parapà-pa-pa”. Quando nonno ancora campava, lui, che le elementari non le aveva manco finite, commentava accigliato: “Sarà bella ssa musica, ma quessa l’ha fatta per festeggià che li crucchi s’era rpijato Milano nel 48. Ma che te sapete voatri”. Va a finì pure l’ignoranza de prima era meglio de quella de addè.
Come se non bastasse, nella maggior parte dei casi non c’avemo un sòrdu. Ecco perchè era meglio quando era pegghio. Ah, certo, addè c’avemo li climatizzatori in macchina, mica li finestrì co la manovella. Ma prima se sudava de meno e lo sopportavamo meglio. Certo, ce connettemo 4G e in un istante c’avemo accesso a tutte le informazioni del mondo. Peccato che credemo a quelle fasulle e Peppu de piazza è autorevole come un premio Nobel.

Prima ce scofanavamo qualunque cosa a dismisura, mischienne con spregio del colesterolo ogni graziadeddio. Addè volemo la verdura bio, il prodotto tracciato, lu pollastru allevatu a terra, dovemo sapè lu nome, l’età e la stalla donghe è cresciutu lu manzu che ce sbranemo. Inzomma, semo diventati na rottura de coglioni.

Prima dicevamo con genuina incoscienza che “nelle Marche non ce sta un cazzu”. Addè siamo imparato a dire che “Non abbiamo nulla da invidiare a nessuno, perchè abbiamo sia il mare che la mondagna e tande bellezze guldurali“. Poi però quando vedemo li turisti, fondamentalmente, continuemo a guardaje brutto e a pensà: “Ma che cazzu sete venuti a fa? Qua ad è lo nostro“.
C’è stato un tempo in cui li frichi ha hocato a pallò per strada, scorrazzato in bicicletta, facendo slalom tra le Lancia Thema e le Centoventisette, senza caschetto e senza ginocchiere, senza tappetini antitrauma sotto le altalene. Semo cresciuti in un mondo costruito a base de spigoli vivi e muri bucciati. E incredibilmente semo sopravvissuti. Oggi, figli dell’ansia, vedemo ragazzini più sicuri e più impauriti, più connessi e più soli.

Ma non si può vivere di ricordi. Come diceva Bruno lu varbiere, “Tutto è relativo. Lo pegghio de ogghi è lo meno pegghio de domà“. Tanto vale, insomma, smetterla coi rimpianti, perchè un po’ di positività non ce mmazza. C’è sempre spazio per la speranza. Come quella de Vingè de lu Coccià, che pigliò un mutuo e se svenò pe rfà casa a lu figliu che se sposava. Quando gli chiesero “Vingè, come va?” lui con un sorriso rispose: “E come va? Bene! Prima non c’era na lira. Addè ringrazienne Dio so pienu de debbiti”.

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