A Christmas carol (una favola postmezzadrile)

Mario Stroppia, prima di tutto, era morto. Su questo non c’erano dubbi. Ormai erano passati 7 anni e il suo socio di sempre, Enzo Lotroppo, aveva portato avanti la fabbrica da navigato capitano d’industria. La Lotroppo Stroppia Srl funzionava ancora a meraviglia secondo le ferree regole delle imprese vecchia maniera. Dipendenti schiavizzati, fornitori non pagati e nero, tanto nero.
Era la vigilia di Natale ed Enzo, detto lu tirchiu per ovvie ragioni, era alla poltrona di comando al piano di sopra del capannone, a rileggere il bilancio di fine anno.
Ad interromperlo dalle sue faccende giunse la voce gioconda del nipote Federico: “Buon Natale ziu Enzo!”
“Ma lete de li coglioni, sso stupeto non ce serve”.
“Ma come zio… Sso stupeto? E’ Natale, è il giorno più bello dell’anno!”
“Per quilli come te che non fa un cazzu, forse – rispose lapidario Enzo – Ma che bello e bello, cretinottu! Je dario foco a ssa jente contenta che è Natà. Co tutte sse feste a dicembre non se fatiga mai. E io pago”.
“Va vene zì. Che fai, vieni a pranzo su da mamma domà? Te spettemo!”
“Sci comme no, quella cazzo de coratella d’agnello che prepara mammata me sta su lu stomacu fino all’utimo dell’anno”.
Il nipote se ne andò con la coda tra le gambe. Enzo si avviò verso l’uscita della fabbrica. Il ragioniere della ditta, Cratti, lo seguì.
“Cratti che fai, ghià te vai via?” lo interrogò Lotroppo con sguardo cattivo.
“E’ la vigilia de Natale patrò, sono le 7 di sera…”
“E scommetto che manco domà te fai un’ora de fatiga, vero?”
“Patrò, ma è Natale!”
“E certo, è Natà. Dopo Natà vè li 26 e anche lì, tutti a fa le vacche là casa. Che poi, dico io: che cazzo ha fatto de speciale ssu Santo Stefano? L’unico santo riverito con un jornu de ferie. Robba da matti, se ero San Pietro, che je tocca pure sta a condominio co San Paolo, me ngazzavo come un lupu. Va vè Cratti, vatte a bbottà de pesce, pecorà”.

Lotroppo uscì dall’ufficio, rispose inviando perentorie paralisi ad alcuni venditori alle bancarelle che chiedevano offerte solidali per malati, associazioni di volontariato e animali al freddo. Raggiunse la sua villa in collina e si chiuse alle spalle il massiccio portone. Cenò da solo, come sempre, chiuse il pasto fettando na lonza, salvo poi bestemmiare per aver dimenticato che era vigilia, Infine si mise sul divano a sorseggiare un mistrà. Ad un tratto udì dei rumori insoliti. Uno stridio come di manovia, poi apparve uno spettro, traforò la porta e gli si parò davanti. Era Mario Stroppia.
“Occhettepijaungorbu, Mario! Ma non eri mortu?”
“Da ben 7 anni. Ma ascoltami Enzo, te devo dì na cosa importante. Da quest’atra parte se sta na mmerda, se sconta tutto lo male che semo fatto. Tu c’hai ancora na possibilità. Stanotte verranno da te tre spiriti”.
“O porcatroia. Robba de Equitalia?” chiese inquieto Enzo.
“No Enzo, questa è la tua ultima occasione di salvarti”. E sparì.

Lu tirchiu rimase spiazzato, poi, con l’andare dei minuti, si convinse fosse tutta immaginazione. Andò a coricarsi, pensando tra sè e sè: “Lo mistrà lo devo lascià perde”. Ma ad un tratto una luce penetrò nella stanza e gli apparve Renato Pozzetto con una veste bianca.
“E tu chi sci?” chiese Enzo spaventato
“Sono lo spirito del Natale passato. Il Natale quando arriva arriva. Vieni con me, ho da farti vedere una cosa”.
Renato lo spirito passato lo prese per mano e lo condusse in un viaggio nel tempo. Gli fece rivedere il Natale nella stamberga de nonna Gina, con tutta la famiglia unita e felice. “Lu primu frustingu de la vita mia!” ricordò commosso lu tirchiu. “E quando vabbo me mparò a jocà a bestia e io me nascosi lu tre de briscola sotto la manica!” esclamò ancora.
“Guarda quest’altro Natale” lo esortò Renato, e lo portò in una bella casa di campagna.
“Lu casale de mastro Fazzì! Quanto me vulia vè, poru ecchiu!” si commosse Enzo.
“Ti voleva molto bene, ti assunse nella sua azienda e ti invitò a fare Natale con la sua famiglia – gli ricordò lo spirito – e tu che facesti?”
“Eeehh – sospirò lu tirchiu – me je scopai la figlia. Poi imparai lu mestiere, me misi in proprio e je ngulai tutti li clienti. Bella testa de cazzo so statu, poru Fazzì. Lui jette in disgrazia, io cominciai a fà li sòrdi grossi, allora mannai a fangulo pure la figlia, che nonostante tutto c’avia voglia de mette su famiglia con me. Un po’ te tempo dopo se mise insieme a Remo lu macellà e fece 3-4 frichi”.
“Elamadonna!! Lasciatelo dire Enzo, sei più brutto della Fiat Duna” sospirò Renato sconsolato.
“Aoh ma tu che vòi da me, e lasceme perde!” gridò lu tirchiu turbato, prima di cadere in un sonno profondo.

Enzo si svegliò poco dopo e si trovò di fronte un omone panciuto e rubicondo, simile a Babbo Natale. “Certo che stanotte de durmì non se ne parlà – bofonchiò lu tirchiu – Dimme, tu chi sci?”
“Sono lo spirito del Natale presente! E’ Natale è Natale si può amare di piùùùùùùù” rispose l’omone canticchiando.
“Basta per carità!” supplicò Enzo. Daje, facemola corta. Che me devi fa vedè?”
“Vieni Enzo, guarda qua” lo esortò lo spirito, portandolo a casa di Cratti, il ragioniere della ditta.
La casa era umile, ma accogliente. La tavola imbandita, anche se la signora Cratti borbottava incarognita: “Anche quest’anno se fa na bella cena l’anno prossimo. Sarduncì e baccalà. Se solo lu tirchiu te paghesse come un essere umano, ce potremmo permette due shcambi almeno la vigilia de Natà”.
“Contentemoce Lucì – rispose Cratti sorridendo – Lu patrò me fa fatigà anche se non paga granchè, de sti tempi c’è da tenesselo stretto. L’imbortande è stare insieme. E poi c’avemo Marchetto malatu, senza sti quattro sòrdi con che lu curemo?”
Marchetto era un bimbo emaciato e magro come una scopa, ma tutto felice guardava sotto l’albero, gustando il momento dell’apertura dei regali, anche se pure quest’anno la consistenza dei pacchi non prometteva granché, roba di magliette e calzettoni.
Enzo lu tirchiu sembrava colpito, vedendo quella scena. “Caro Enzo, com’è che dici sempre? – mise il carico Babbo Natale – Senza quatrì che se campa a fà? Ecco, quel bambino ti darà retta, senza quatrì per curarsi, al prossimo Natale non ci arriva. Ma vieni, ti porto in un’altra casa”. Lo spirito lo trascinò fino a casa del nipote Federico, mentre diceva: “Ho invitato zio Enzo a pranzo domani, ma penso che non verrà”. “Pezzente fino alla fine fratemo – rispose la sorella – Certo che non viene. Se si presenta deve portà qualche regalo pe li nipoti, o almeno na cencia de buttiglia. Se li portesse tutti dentro la cassa da mortu li miliardi!”
“E dai mamma, zio non è cattivo, è solo un po’ rugnu” puntualizzò Federico.
“None, è fratemo, lu conoscerò? Zitu è proprio stronzu” concluse con fermezza la sorella.
Enzo si ritrovò di nuovo nella sua stanza. Babbo Natale, prima di andarsene, gli puntò uno sguardo severo. “Io tra poco mi dissolverò, il mio spirito dura per una notte soltanto. Stai per ricevere una terza visita Enzo, rifletti”.

Lu tirchiu si coricò di nuovo, turbato, ma appena provò a riprendere sonno avvertì una presenza nella stanza. Si sollevò adirato: “Afficamarì, se dorme de più se stai de casa vicino al Donoma sabbato sera. E tu chi sci?”
Lento, grave e silenzioso, vestito tutto di nero, si avvicinò lo spirito del Natale futuro. Non proferì parola. Enzo capì e quasi rassegnato disse: “Va vè, famme vede’ come va a finì sta storia”.
Con un impercettibile gesto della mano gli fece segno di seguirlo e lo trascinò in una piazza, dove alcuni uomini parlavano animatamente.
“Finalmente se n’è jitu, ssa carogna” diceva uno.
“Un male cattio, pe na ota ha pigliato a chi se lo meritava” ribattè un altro.
Poi Enzo vide un campo santo, dove si stava seppellendo una bara. C’erano solo due persone. Il nipote Federico e il ragioniere Cratti. Sulla lapide era scritto: Enzo Lotroppo.
“Ma che so mortu? Embè solo due cristià è venuti a lu funerale? Ah no, guarda, esso tutti l’operai de la fabbrica, loro è venuti” si rallegrò lu tirchiu, ma durò solo un momento. Uno ad uno i dipendenti si avvicinavano alla lapide e vi urinavano sopra, tra le grasse risate dei colleghi. “Dilinguendi! Ve licenzio a tutti! Spirito, facemo checcò!”
Ma lo spirito non rispose e gli mostrò un’altra scena. Il nipote Federico, unico erede della Lotroppo Stroppia Srl, era nel suo ufficio. In fila indiana arrivavano i fornitori della ditta e Federico li pagava tutti, senza trattare sul prezzo. “Ma che fai, cretinu? – urlò Enzo disperato – ma manco je bestemmi quando te chiede tutti ssi sòrdi? Ma guarda Antò de Chiacchierì, era 10 anni che volia 20.000 euro pe li pellami. E Peppu lu tagliatore che rescote lu tiefferre che non je so dato mai! Nipotemo me manna la ditta a zambe per ajo! Oddio me moro!”

Enzo ebbe la sensazione di sprofondare in un burrone, poi si svegliò e si ritrovò nel suo letto. Era la mattina di Natale e lui era solo, come sempre. Gli venne voglia di piangere, poi si guardò allo specchio. “Sono imbarato la lezione” disse tra sé e sé. Accese la tv e si vide Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato, sennò che mattina di Natale è? Si mise il vestito buono, uscendo incrociò due volontari del 118 e gli staccò un assegno per comprare un’ambulanza nuova: “Toh, scialete!” Poi passò a casa di Cratti e lo avvisò che poteva stare in ferie fino al 2 gennaio, che al ritorno gli avrebbe raddoppiato la paga e aggiunse, nell’incredulità generale: “Per le cure de lu fricu ce penzo io”. Infine comprò una torta gigante e si presentò per pranzo a casa della sorella. Si rimpinzò di coratella senza badare all’imbarazzo di stomaco che sarebbe durato fino a Capodanno. Bevve buon vino ed elargì sfoglie da 100 euro a tutti i parenti. Poi prese da parte il nipote Federico, tutto felice dell’incredibile trasformazione di zio Enzo, e sorridendo gli disse: “Venne qua, bellu de ziu. Tu da lunedì veni in fabbrica con me. Qua è ora che te mbaro un po’ de cosette, che tu e l’affari sete du cose scombagne”.
E di Enzo lu tirchiu, da lì in poi, si disse che non c’era uomo al mondo che sapesse festeggiare così bene il Natale.

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